Pur nella eterogeneita’ dei documenti raccolti-diversita’ di toni e di temi d’altronde inevitabile-e’ abbastanza agevole individuare  le linee di forza comuni.Sotto il profilo squisitamente ideologico le proposte che emergono dai documenti raccolti sono collocabili tra il socialismo marxiano e l’interpretazione anarchica della realta’ storica:viene espressa infatti la necessita’ di porre in atto l’uomo omnilaterale marxiano,di superare le divisioni sociali e gerarchiche (dalla quelle familiari a quelle sociali con particolare riferimento a quelle della realtà educativa),di conquistarsi-con lo sciopero e la violenza-la liberta’(che non puo’ essere concessa dall’alto),di rigettare radicalmente la fonte del potere stesso e la sua manifestazione nella democrazia rappresentativa letta come tradimento della reale democrazia che non può che essere diretta,di costruire una societa’ altra che oltrepassi i limiti del capitalismo e del socialismo autoritario.In particolare,consapevoli della portata rivoluzionaria dei contributi di Marx,Marcuse e Freud, i soggetti rivoluzionari rifiutano la tecnocrazia pur accettando la rivoluzione industriale -ma non certo le sue implicazioni alienanti-,leggono la democrazia rappresentativa come esempio di antidemocraticita’ ma soprattutto vedono nella divisione tra classi  e nella divisione tra lavoro manuale e intellettuale l’esempio piu’ chiaro di alienazione.In merito poi ai contesti  sociali specifici-l’universita’ e la sessualita’-la critica alla realta’ esistente si delinea in modo piu’ chiaro:da un lato l’universita’ deve divenire un focolaio di contestazione permanente e quindi diventare autonoma dal potere politico e cogestita in modo tale da stravolgere i falsi rapporti tra educatore ed educando oltrepassando lo spirito di competizione e opponendogli lo spirito di collaborazione non gerarchica e la pedagogia dei gruppi tematici;dall’altro lato l’apoliticita’ dichiarata dal mondo universitario viene letta come mantenimento o perpetuazione dell’ordine costituito.Come i partiti dentro l’universita’ sono letti come forme arcaiche di potere clienterale da rigettare, allo stesso modo le relazioni tra docente e alunno sono false perche’ fittizie:il docente infatti non e’ altro che un intermediario mercante e il suo rapporto con il discente si costruisce sulla base del ricatto e della umiliazione.Quanto all’esame questo non e’ altro che una sanzione che impedisce al mondo universitario di divenire realmente egualitario.Anche di fronte alla sessualita’ le proposte indicate dai documenti erano per la borghesia del tempo letti come dirompenti:la distruzione della autorita’ non poteva non condurre al rifiuto netto dei rapporti tradizionali all’interno della famiglia,non poteva non condurre al rifiuto della famiglia in senso classico e alla accettazione della coppia che liberamente si crea e altrettanto liberamente si scioglie.La stessa educazione familiare doveva condurre alla emancipazione della donna e dell’uomo e non alla riproduzione degli stessi meccanismi alienanti della societa’.La riappropiazione del proprio corpo e quindi della propria sessualita’ era la conseguenza di una panpoliticizzazione della realta’ che conduceva i soggetti rivoluzionari a prendere atto di come-ad esempio la maternita-’ non fosse sentita come una possibilità di crescita ma fosse vissuta dalla donna come una consuetudine imposta dalla societa’ o di come la sessualita’ -invece di essere libera e consapevole- fosse uno strumento alienante e sottoposto agli stessi meccanismi della societa’ consumistica e capitalista.
GAGLIANO GIUSEPPE

 

 

Prescidendo dalla complessa articolazione delle vicende giudiziarie affidate alla Forleo(si pensi ad esempio alla scalata Unipol-Bnl,alla vicenda Daki e alle relative sottigliezze giuridiche relative alla distinzione tra terrorismo e guerriglia) e prescidendo altresi’ dagli attacchi subito-ora dalla magistratura(si pensi a Imposimato, a Spataro etc) ora dalla politica(da D’Alema a Castelli)-e dalla stima ricevuta da Di Pietro-pur con i dovuti distinguo-,da De Magistris e da giornalisti quali Beha e Travaglio,cio’ che ci interessa sottolineare e’ la percezione della realta’ della politica e della magistratura italiane che emerge dalle riflessioni lucide e lapidarie della Forleo.L’intervista di Massari alla Forleo fa emergere da un lato la vibrante denuncia del magistrato pugliese sulla irrilevanza della secretazione degli atti giudiziari,sulla connivenza tra poteri masso-mafiosi e potere politico- giudiziari,sulla necessita’ che a tutela della propria carriera il magistrato incline alla rassegnazione e privo di dignita’ personale oltre che professionale non debba disturbare il sonno dei caimani di destra e di sinistra o della vecchia signora(come in modo eufemistico la Forleo definisce il potere),sulla assoluta opportunita’ di evitare qualsiasi compromesso nell’ambito giudiziario(legittimo al contrario servirsene in campo politico) e dall’altro lato fa emergere le proposte concrete per uscire da questa palude e cioe’ la necessita’ di estrarre a sorte i magistrati del CSM evitando in tal modo le correnti politiche,la separazione delle carriere e naturalmente l’assoluta opportunita’ di attuare una sana e profonda autocritica da parte del potere giudiziario che distrugga in modo radicale la connivenza e la complicita’ tra potere politico e potere giudiziario. Coloro che si sono avviati su questa strada-e’ il commento amaro della Forleo-hanno subito l’isolamento da parte dei propri colleghi prima e la persecuzione dopo sia da parte dei propri superiori che da parte della classe politica. Giunti a questo punto come possiamo esimerci dal domandarci se debba essere la criminalita’ organizzata ad essere combattuta o se invece non siano i vertici politico- giudiziari dello stato a dover essere contrastati in quanto garanti della criminalita’?

Gagliano Giuseppe

 

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in questo recentissimo volume l’autore non solo individua analogie e differenze tra il movimento del sessantotto e quello no global ma con estrema lucidita’ denuncia il tradimento attuato consapevolmente dalla ’sinistra’ istituzionale nei confronti degli ideali socialisti sottolineando la sostanzianziale contiguita’ programmatica tra la sinistra istituzionale e la destra berlusconiana.Con la stessa lucidita’ e fermezza, l’autore non si sottrae dal denunciare la bancarorra alla quale le forze politiche stanno portando il nostra paese in merito al rispetto della laicita’,rispetto barattato in modo osceno da gran parte della classe politica per mere ragioni elettorali .Ancora piu’ spietata-se possibile-la denuncia di un altro tradimento:quello sindacale che per questioni di potere e di trasformismo ha sistematicamente cancellanto alcune delle principali conquiste dei lavoratori diventando il migliore interlocutore dei poteri forti.Insomma la deriva liberista e riformista della sinistra storica e del potere sindacale ha travolto le legittime aspettative dei lavoratori.Ma ecco sulla scena storica apparire un nuovo messia: I cobas che saranno in grado di fronteggiare la reazione padronale con efficacia.Al di la’ del facile ottimismo dell’autore-in alcuni casi indubbiamente commovente e patetico-,noi siamo al contrario persuasi della impossibilita’ del sindacalismo antagonista di attuare una opposizione costruttiva e non velleitaria.Allo stesso modo, la cesura indicata dall’autore tra i movimenti del sessantotto e il terrorismo non ci convice per nulla trattandosi di una interpretazione revisionista, volta a salvare storicamente un movimento fallito per autocombustione e grazie ad una efficace repressione .La stessa fiducia viene riposta nei confronti del movimento no global di cui non si comprende la assoluta inefficacia che ha dimostrato nella capacita’ di trasformare la prassi.Ancora piu’ erronee ci sembrano le valutazioni sui governi del Sud America di cui Bernocchi non coglie la dimensione propagandista non distinguendola dalla realta’( assai lontana dalle favole socialiste).Infatti la mitizzazione politica e il fanatismo ideologico impedisce di osservare ,con il dovuto realismo e con il necessario cinismo, una realta’ che procede su binari esattamente contrari rispetto a quelli indicati nei programmi.Sia sufficiente pensare al tradimento liberista di Lula-ampiamente prevedibile- e alla Cuba castrita vera e propria dittatura monopartitica(altro che democrazia consiliare!).Queste gravissimi errori sono analoghi a quelli compiuti dalla sinistra storica nei confronti sia della Russia leninista e stalinista che nei confronti della Cina maoista.La storia-tragicamente-si ripete e non insegna nulla agli utopisti di ieri e di oggi.
Se all’autore risulta evidente il fallimento del partito- stato-come risulto’ evidente a tutta la tradizione anarchica gia’ qualche anno dopo la rivoluzione di ottobre-non risulta altrettanto palese
all’autore il fallimento al quale saranno destinati gli esperimenti di democrazia alternativa(fatta salva l’osservazione che quella rappresentativa e’ solo un guscio vuoto per celare la spietata competizione tra oligarchie ,tesi questa gia’ formulata dalla scuola realistica italiana).Certo l’idea che adunate di centinaia di miglia di persone possano invertire l’ordine mondiale equivale a non aver compreso la reale dinamica del processo storico,equivale a ricadere nella illusione neo-sessantottina di poter cambiare lo stato di cose attraverso I poteri taumaturgici della assemblea.Anche la difesa svolta dall’autore nei confronti dell’uso della resistenza armata sottovaluta un dato elementare:come e’ legittimo l’uso della guerriglia per difendere I propri diritti cosi’ e’ altrettanto legittimo-da parte del potere- rispondere con eguale forza innescando un circolo vizioso dal quale difficilmente si puo’ uscire in breve tempo.Condivisibile ci pare-al contrario- sia la critica alla posizione non violenta bertinottaina mero espediente politico volto a riassorbire il pacifismo laico e religioso e a creare un incremento elettorale sia al liberismo da operetta del padronato che-senza il sostegno dello stato-sarebbe andato in malora gia’ da tempo immemorabile.
In ultima analisi,siamo persuasi che la forma movimento sia inesorabilmente destinata o ad essere riassorbita dalle oligarchie o a degenerare in violenza terroristica finendo per innescare un processo di controterrore(nella ipotesi peggiore) .

Gagliano Giuseppe


Considerato un saggio fondamentale dalla sinistra antagonista rappresenta-al contrario-un tentativo non riuscito di dare sistematicita’ e organicita’ alle modalita’ controinformative.Ad una analisi attenta e lontana da qualsiaisi agiografia, le valutazioni dell’autore risultano in gran parte scontate sia in relazione alla demonizzazione delle istituzioni che a quella dei diretti concorrenti politici.Se -ad esempio-poniamo la nostra attenzione sulle riflessioni del nostro in merito alla scuola,indipendemnente dalla nostra personale condivisione,non possiamo che osservare la loro sostanziale banalita’ sia in merito alla pedagogia critica del tempo che in merito a quella anarchica che gia’ nell’ottocento aveva mosso rilievi analoghi.Originali semmai sono I giudizi espressi a proposito di Rosi e Petri,giudizi che si distanziano da quelli espressi dalla sinistra istituzionale;se tuttavia li rileggiamo attentamente ci accorgiamo del livello di dogmatismo politico in essi contenuto.Infatti e’ agevole rilevare come la mancata adesione ai parametri della estrema sinistra da parte dei registri italiani costituisca per l’autore un peccato di lesa maesta’.Anche la condanna- senza appello -della politica israeliana e la implicita legittimazione del terrorismo palestinese sono considerazioni tipiche del contesto politico dell’ epoca.Sotto il profilo squisitamenete teorico anche l’autore-come Dolci e Impastato-dimostra di avere una consapevolezza storica-relativamente alla genesi della propaganda-nulla come e’ dimostrabile da una semplice osservazione:la propaganda e’ sempre stata una prerogativa del potere laico e/o religioso nel corso dei secoli.Se poi veniamo all’epoca moderna sia sufficiente pensare alla guerra psicologica assai articolata degli Alleati in funzione antinazista o di quella in funzione antisovietica.Per non parlare poi della Agitprop del Komintern e del Kominform che puo’ considerarsi a tutti gli effetti il primo esempio su scala mondiale della controinformazione comunista in funzione ovviamente anticapitalista.Se una differenza sussiste con quella degli anni settanta costruita dalla estrema sinistra, e’ individuabile nel diverso modello alternativo:non piu’ l’Urss ma Cuba e la Cina come modelli politico economici realisticamenete percorribili.In altri termini, manca al volume in primo luogo un exscursus storico della controinformazione ampio ed e’ assente-in secondo luogo- soprattutto qulasiaisi riferimento alle tecniche operative-ti tipo sintattico e semantico- attraverso le quali opera la propaganda. L’aver presentato I casi Valpreda e Pinelli come successi della controinformazione era scontato(per quanto -sia chiaro- abbiano rappresentato un contributo realmente significativo nel contesto della guerra psicologica).In ultima analisi,l’assenza di una visione realistica impedisce-a nostro avviso-all’autore di comprendere che la natura della controinformazione non e’ quella di rappresentare la verita’ ma piu’ modestamnete quella di offrire una visione alternativa alla verita’ ufficiale,diversita’ che non equivale a sostenere automaticamente la sua veridicita’.Faziosita’ e valutazioni condizionate pesantemente dai pregiudizi ideologici si ritrovano-e si ritroveranno- infatti sia nella propaganda di regime che nella contro propaganda.

GAGLIANO GIUSEPPE

Al di la’ dei riferimenti a Deleuze,Guattari e Foucault-in verita’ del tutto superflui e ridondanti-lo scopo del volume e’ semplicemente quello di comunicare ai lettori ignari di antagonismo l’esistenza,la portata e l’efficacia dell’attivismo mediatico antagonista.Se il termine usato e’ indubbiamente equivoco non altrettanto sono I nodi trattati:trasporre -attraverso la tecnologia-la controinformazione cartacea ora su internet ora sull’etere via radio e tv alternative,informazione cioe’ in grado di promuovere una capillare controinformazione volta-seppur teoricamente-a contrastare il fittizio consenso realizzato dalle multinazionali.Ai relatori del volume non sfiora neppure l’idea che la controinformazione promossa possa costituire una ulteriore forma di disinformazione o che comunque possa essere assai lontana da qualsivoglia oggettivita’.Anche l’ottimismo che traspare chiaramente dal volume appare frutto di una autoillusione piu’ che di una lucida e realistica percezione della realta’.Ad ogni modo-se riflettiamo sul caso italiano-non e’ arduo immaginare quale utilita’ politica possa avere una controinformazione:puo’ infatti o sfociare in manifestazioni di massa o in consenso elettorale.In entrambi I casi il peso realmemte esercitato risulta scarso ed e’ ben lungi dal poter scalfire il duopolio rai-mediaset.Quanto alla disarmante osservazione secondo la quale anche il cyberspazio sia oramai divenuto oggetto predatorio, tale egemonia non desta alcuna sorpresa come non desta alcuna sorpresa la volonta’ di contrastarla.Infatti la contrapposizione tra potere e contropotere e’ infatti una delle costanti della storia umana indipendentemente dalle forme concrete attraverso le quali ha preso forma.Quanto alla liberta’ di cui il web sarebbe un portatore neutrale,e’ utile al contrario sottolineare che questo, consentendo una liberta’ cosi’ ampia, finisce per vanificare una reale contrapposizione poiche’ tutto diventa egualmente fruibile( proprio come nei supermercati).La liberta’ data dai blogs e’ facilmente vanificabile proprio a causa della loro diffusione;quanto all’efficacia controinformativa dei siti web e degli stessi blogs -sulla quale gli autori pongono l’enfasi-anche questa e’ agevolmente neutralizzabile grazie alla possibilita’ di produrre un numero illimitato di siti e blogs che facciano da contrappunto a quelli antagonisti.Insomma sul cyberspazio si riproduce lo stesso meccanismo presente da secoli nella editoria tradizionale e cioe’ si riproduce una scontata contrapposizione bipolare tra chi difende il sistema di potere e chi lo vuole abbattere.A cambiare sono solo dunque le modalita’ tecniche di trasmissione dei contenuti ma non certamente le finalita’ ideologiche.

GAGLIANO GIUSEPPE

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L’autrice, convinta assertrice del femminismo pacifista,costruisce un saggio di tipo militante partendo da una tesi piu’ volte ribadita nel corso della esposizione:il sessantotto delle avanguardie,della visione manichea della realta’ ha sostanzialmente tradito quella spinta pacifista e libertaria presente in larga parte del femminismo europeo e americano e della cultura underground.Infatti-prosegue la Bravo- tra il sessantaquattro e il settanta il ricorso alla violenza sistematica ha finito per fare propri modelli di riferimento tipici dell’universo gerarchico-maschilista determinando inevitabilmente una deriva autoritaria.Al di la’ della validita’ della tesi,non c’e’ dubbio che l’ala creativa del settantesette e quella pacifista libertaria degli anni sessanta abbiano giocato un ruolo assai limitato sia rispetto alle avanguardie extraparlamentari che rispetto ai partiti tradizionali. Condivisibile e’ indubbiamente la condanna morale e politica compiuta dall’autrice nei confronti della retorica e della pratica della violenza fatta propria dalle Black Panters e dai Weathermen;altrettanto condivisibile e’ la critica superficiale -nei confronti della democrazia rappresentativa -formulata da larga parte della sinistra extraparlamentare. Per non parlare poi della inaccettabile omissione compiuta nei confronti del dissenso nei paesi dell’est,omisione cagionata anche dalla percezione dogmatica della realta’ da parte della nuova sinistra.Ora,al di la’ della distinzione oramai storicamente acquisita tra la modalita’ operativa delle Br e quella di Prima Linea e al di la’ della genesi catto-comunista del terrorismo,la forte critica compiuta dalla Bravo nei confronti dei danni determinati dal marxismo ortodosso e nei confronti delle illusioni rivoluzionarie -frutto anche di un sincretismo ideologico contradditorio- ci trovano pienamente concordi.Tuttavia non sono pochi gli aspetti del saggio che non ci sentiamo di sottoscrivere. La consueta demonizzazione delle forze dell’ordine-tipica della saggistica militante di ieri e di oggi-,la mancata spiegazione dell’abbandono repentino della scelta non violenta-abbandono sottolineiamo noi dovuto alla sua inefficacia operativa -,l’illusione neoromantica fatta propria dall’autrice sulla reale possibilita’ che la scelta pacifista femminista avrebbe potuto incidere in modo radicale sull’assetto del potere,la implicita equipollenza tra la violenza dei rivoltosi e quella delle istituzioni,la mancata sottolineatura dei fortissimi legami tra il Pci e l’Urss via Kgb(mentre non e’ assente quella relativa ai legami oscuri tra servizi segreti,neofascismo e malavita,legami che avrebbero dato origine alla strategia della tensione),il rammarico dell’autrice che il maggio francese sia stato superato dal gaullismo(omettendo il dato di fatto che lo scopo dei gruppuscoli era quello di innestare una vera e propria rivoluzione sul modello comunardo in barba alla non violenza!),il misconoscimento della profonda continuita’ tra le pratiche rivoltose sessantottine e quelle del settantasette ,la casuale dimenticanza da parte della Bravo che le pratiche non violente di Capitini edi Gandhi si erano sviluppate indipendentemente dai fermenti americani di Berkeley cosi’ come l’antiautoritarismo politico e pedagogico era gia’ stato ampiamente teorizzato dalla filosofia anarchica tra il settecento e l’ottocento.Ebbene, se non c’e’ dubbio alcuno che la lotta per la emancipazione della donna e per la liberta’ sessuale abbiano raggiunti livelli altissimi e di grandissimo significato giuridico e politico proprio durante gli a nni sessanta e settanta,e’ tuttavia necessario non dimenticare gli eccessi teoricii e pratici del femminismo che in fatto di integralismo procedeva di pari passo con quello matrialcale.Il non aver saputo o voluto precisare questo aspetto costituisce un limite rilevante del saggio,limite che si aggiunge alla assenza di qualsiasi demarcazione tra il femminismo europeo e quello americano assemblati in modo indistinto. In conclusione, il saggio -oltre a confermare i tipici sterotipi della storiografia militante-finisce per deludere sia il lettore in cerca di una lettura alternativa del sessantotto sia quello in cerca di un approfondimento della problematica femminista sia sotto il profilo teorico che sotto il profilo operativo .
GAGLIANO GIUSEPPE

I saggi di Twain

Dicembre 2, 2008

a raccolta dei saggi di Twain costituisce un atto di denuncia impietoso nei confronti del colonialismo americano -p.e.quello nelle Filippine- e di quello europeo -p.e.il monologo di re Leopoldo relativo al genocidio attuato in Congo.Atto di denuncia che, proprio perche’ articolato con un tono ironico e sarcastico, consente di compendere chiaramente le conseguenze devastanti dell’imperialismo-ennesima variante della brama di volonta’ di potenza dell’uomo- , che induce l’autore a condannare il patriottismo-che consolida il conformismo e trasforma l’omicidio di massa in atto di eroismo-,la stampa di regime che manipola l’informazione,la religione che diviene uno strumento di dominio dell’anima contiguo a quello politico-militare,l’addestramento che rende amorfe le coscienze e annulla la ragion critica e l’individualita’,la guerra la cui logica cancella ogni limite morale e giuridico, la retorica di regime che spaccia genocidi per brillanti vittorie militari ed infine gli atti di eroismo compiuti nelle guerre che altro non sono che omicidi di massa attuati per ossequio al potere di turno.

GAGLIANO GIUSEPPE

In questi interventi-che abbracciano un arco temporale che va dal ‘46 al ‘56-Camus delinea il proprio libertarismo antimarxista e anticapitalista alla ricerca di una via intermedia in grado di coniugare gli aspetti migliori del socialismo con quelli del pensiero anarchico evitando sia la deriva autoritaria tipica del marxismo sia quella romantico-nichilista propria di quello anarchico.Risulta abbastanza agevole individuarne le carattreistiche principali del pensiero politico dell’auote non certo per la sue semplicita’ ma per la sua limpidezza.In primo luogo,l’autore ritiene inacettabile che in sostituzione del dialogo I nostri simili abbiano scelto l’omicidio di massa come ritiene illegittimo che l’unica alternativa politicamente percorribile sia la scelta tra comunismo sovietico e pseudo liberalismo americano.Alla stessa stregua la scelta realistica,la scelta cioe’ di coloro che si rapportano all’umanita’ come se questa fosse un mezzo gli appare-kantianamente- una delle principali cause della dissoluzione del mondo ed in particolare del socialismo reale che non ha saputo coniugare liberta’ e giustizia.In secondo luogo,uno strumento giuridicamente adatto potrebbe essere la costituzione di una democrazia internazionale-che si concretizzerebbe attraverso la costituzione di comunita’ di natura cooperativa- in grado di evitare che il prezzo per la liberta’ debba esssere pagato con il sacrificio di milioni di vite umane,uno stromento insomma che sia in grado di superare il silenzio e la paura cosi’ caratteristici della nostra epoca per rendere possibile in tal modo il trionfo della parola sulla forza.Ebbene affiche’ questo sia possibile,l’intellettuale non deve avere alcun riguardo nel denunciare a destra come a sinistra le derive totalitarie,l’ingiustizia,la manipolazione mentale,i campi di prigionia,l’opportunismo politico delle istituzioni religiose,l’ottusa logica bipolare di coloro che ci vorrebbero privare del senso critico.Proprio per questo,l’intellettuale libero non potra’ farsi incantare dalle capziosi distinzioni tra tirannia reazionaria e tirannia progressista,non potra’ accondiscendere alla necessita’ per ragion di stato di fondare la societa’ sulla menzogna,non potra’ che guardare con sospetto tutto coloro che assolutizzano la propria visione del mondo(gli storicisti assoluti come gli antistoricisti altrettanto dogmatici nella loro intransigenza),non potra’ che criticare con vigore tutti coloro che vorrebbero-come I marxisti dogmatici-identificare tout court il pensiero antagonista con quella marxista facendo finta di dimenticare la teoria e la prassi del movimento bakunista,del sindacalismo rivoluzionario o della CNT spagnola.Non desta allora alcuna sorpresa nel lettore la condanna di Camus-egualmente chiara ed egualmente netta-sia del franchismo che della repressione socialista-o sedicente tale-dell’insurrezione di Poznam e dello sciopero operaio di Berlino est,episodi questi che dimostreranno l’ennesimo tradimento del socialismo reale-e la vilta’ dei suoi corifei-e la sostanziale equipollenza tra sistemi totalitari al punto da spingere l’autore a sottolineare con ironia come- in fondo- il migliore alleato di Franco fosse il Cremlino.

GAGLIANO GIUSEPPE

ALBERT CAMUS,MI RIVOLTO DUNQUE S

Appare del tutto evidente la gratuita’ delle prefazioni di Alain e Breton(paradossale in particolare quella dell’intellettuale francese considerando la sua adesione acritica al Pcf) al fine di una esatta compresnsione del breve saggio dell’autrice. Pubblicato nel 1950 non costituisce-a nostro avviso- ne’ un contributo particolarmente significativo rispetto al percorso filosofico della Weil ne’ tantomeno contribuisce ad innovare la storia delle dottrine politiche dal momento che -p.e già nel contesto anarchico ottocentesco- la critica al partito in quanto tale fu ampiamente sviluppata.La brevita’ da un lato e dall’altro il ridondante ricorso al lessico religioso-bene,giustizia,peccato,luce-costituiscono limiti assai evidenti del saggio,limiti che inficiano la possibilita’ da parte del lettore di avere una percezione ampia delle coppie concettuali partito/totalitarismo,partito/propaganda,partito/addestramento.Un altro limite-questa volta di natura storica-lo si coglie agevolmente sia nella incapacita’ dell’autrice di comprendere che proprio Rousseau getto’ le basi-attraverso il concetto di volontà generale-del totalitarismo sia nel mancato
approfondimento della genesi storica del concetto di partito nel contesto della storia della chiesa.
L’assenza di liberta’ di critica,la volontà livellatrice,l’acriticita’ richiesta agli adepti sono caratteristiche che inequivocabilmente la Weil coglie in relazione al ruolo e al modus operandi fittizio che l’individuo deve fare propri per essere accettato nell’ambito del partito ma-lo ribadiamo-non sono specifiche psico-sociali originali rispetto alla letteratura anarchica.A tale proposito si pensi che già Malatesta-come l’anarcoindividualismo statunitense d’altra parte-aveva pienamente compreso sia la mancanza di qualsiasi democrazia nelle istituzioni europee sia la sostanziale equipollenza tra totalitarismi di destra e di sinistra. A conclusione del saggio-il cui approccio e’ ovviamente lontanissimo dal realismo politico-il lettore non puo’ fare a meno di domandarsi quale alternativa realistica rimanga al cittadino del nostro secolo,quale concreta possibilita’ di agire nella prasssi politica possa avere.Ebbene,a questi legittimi interrogativi,il lettore non potra’ che trovare nel saggio un irritante-per uno spirito laico-alternativa mistica congiunta ad una intransigenza ideologica che mal si concilia con la necessita’-nella vita reale-di mediare evitando una polarizzazione cromatica radicale e alla ricerca al contrario di difficili sfumature.

GAGLIANO GIUSEPPE

Anticipando in modo chiaro e limpido non poche riflessioni sociologiche attuali,l’autrice individua la pericolosa limitatezza delle maggioranze che non ha alcuna possibilita’ di riflettere ne’ tantomeno di prendere decisioni morali di qualche rilevanza.Il suo modus operandi e’ infatti cartterizzato dalla assuefazione,dalla imitazione e tutto cio’ che rappresenta un cambiamento profomdo le appare inammissibile.Facendo leva su questa natura conformista,il leader politico demagogicamente fa leva sulla vilta’ della massa e sulla sua naturale inclinazione al quieto vivere.Proprio nella democrazia rappresentativa la massa conformista diviene opinione pubblica capace di orientare e plasmare l’individuo e servendosi di questa logica aberrante I demagoghi del nostro secolo-come Roosevelt-sfruttano a loro favore la psicologia delle masse per creare consenso politico-elettorale.Solo una sparuta minoranza-p.e.Thoreau,Brown-e’ stata in grado di contrapporsi frontalmente senza se e senza ma all’ottusita’ della societa’ civile in grado solo di belare perennemente e di perseguitare inesorabilmente il diverso.

GAGLIANO GIUSEPPE